Torna al sommario "Hobby Natura" - Anno XVI, numero 1 (maggio 2007)

Il Venezia: osterie

Michele Gottardi: "Il Venezia" - Luisa Bellina: "Osterie". – Casa Editrice Il Poligrafo – Padova.
Collana Novecento a Venezia – Le memorie, le storie. (Ia ed. novembre 2006). Collana diretta da Mario Isnenghi.

Chi mi conosce quasi non ci crederà, eppure ho anch' io qualche lontana "parentela" col mondo calcistico, e, nella fanciullezza, ho varcato più volte i cancelli del P.L.Penzo: un mio caro zio di origini padovane (Ferruccio Pallotta), sposato ad una sorella di mia madre (origini veronesi) fu allenatore nel 1933 dell' Hellas Verona e, in seguito, massaggiatore della squadra di calcio veneziana nei tempi d' oro del dopoguerra, prima di trasmigrare al caldo sole siciliano di Catania, per tenere in forma i calciatori di quella squadra.
Quel mondo che noi di "una certa età" ricordiamo con simpatia e (impossibile negarlo) con un po' di nostalgia, è rivisitato con finezza e arguzia nel bel libro curato (per la parte di storia calcistica e sportiva della città) da Michele Gottardi.
Per quanto riguarda invece l' altra interessante sezione scritta "gustosamente" da Luisa Bellina, che illustra con vivacità il mondo del gourmet veneziano, rappresentato dalle osterie tradizionali, mi ci trovo dentro fino al collo, poiché da adolescenti, pur senza conoscere l' "abbrutimento" dell' alcool, non si disdegnava trascorrere nei classici bacari veneziani dei momenti di convivialità, immersi nei dialoghi più improbabili, insaporiti dai classici cicheti veneziani, resi ancora più gradevoli da poche ma salutari "ombre" di vino, anche di quei vini leggendari e ormai fuori legge, che chi è oltre i primi "anta" da un pezzo, non può aver scordato: cito solo il clinto e il bacò…
E non mi si dia del moralista post litteram se ho usato il termine "abbrutimento": la nostra autrice, citando uno studio scientifico del 1912, ci ricorda che "Venezia all' inizio del secolo è anche la città italiana con il primato di morti per alcoolismo" (pag. 30).
Lo stesso studio rileva che in alcune calli o campi della città, i numeri anagrafici in successione erano quasi tutti occupati da bettole…
Dal campo Rialto Novo, percorrendo la Calle del Gambero verso la Riva del Vin, due bassorilievi ai lati del civico 533, rappresentano i santi Girolamo e Adriano, che erano i patroni della Scuola dei mercanti di vino: sulla riva, all' ombra… del ponte di Rialto, ormeggiavano le imbarcazioni che trasportavano le botti per il rifornimento dei numerosi esercizi della zona dei mercati realtini.
Le denominazioni delle osterie erano numerose e ben distinte in base alle peculiarità dei locali stessi: magazeni, samarchi, malvasie, furatole. Il classico "Curiosità Veneziane" di Giuseppe Tassini e il dizionario del Boerio ci guidano nella comprensione di questi nomi.

"Malvasie": erano botteghe dove si vendevano vini superiori, d' importazione, e specialmente quello proveniente da Malvasia, città della Morea (Peloponneso). La malvasia si divideva in «dolce», «tonda», e «garba». I venditori di malvasia formavano un' arte separata da quella dei venditori d' altri vini, e si ritrovavano nella chiesa di S. Nicolò dei Frari (S.Nicolò della Lattuga) presso l' altare della Natività di San Giovanni Battista. Essi non potevano vendere vini nostrani, far da mangiare, dare carte da gioco.
"Magazeni": erano botteghe dove si vendeva vino al minuto e dove si ricevevano effetti in pegno, per i quali si ottenevano due terzi in denaro ed un terzo in vino, ma del peggiore, detto appunto "Vin da pegni".
Le "Furatole" (a Mestre vicino alla storica Torre, ha aperto di recente un moderno "fritoin" che ha avuto la bella ispirazione di intitolarsi con questa antica denominazione) erano piccole botteghe simili a quelle dei pizzicagnoli, dove si vendevano pesce fritto ed altri cibi, per la povera gente. Il vocabolo «furatola» deriva o da «foro», infatti tali botteghe erano stanzini, a pian terreno; o dal barbarico «furabola», che, secondo il Ducange, equivale a «tenebrae», essendo le medesime scure ed annerite dal fumo; o da «furari» (rubare) per le frodi, o ruberie, che vi si commettevano, punite in antico con una multa e con la perdita della licenza.
Varie leggi riguardavano le «furatole». I «Furatoleri» non potevano vendere alcun genere riservato ai «Luganegheri», né condire i cibi con cacio, «onto sotil», ed altro grasso, né potevano vendere vino al minuto.

Ma a parte queste spiegazioni, il viaggio nel quale Luisa Bellina ci accompagna, è ricco di passione, di implicazioni di ogni genere, da quelle di carattere sociale, a quelle economiche, non trascurando il fenomeno tutto veneto delle "casse peote".
Si citano le osterie più famose, i personaggi, letterati, politici, artisti, studenti ecc, che trovavano in quei salotti alla buona il terreno propizio dove declamare versi, lanciare proclami, improvvisare esibizioni semplici e spontanee.
Nomi come Alla Vida, Montin, Graspo de Ua, Mondo Novo, Poste Vecie, Vini Padovani, Codroma, ecc. sono vivi tuttora nella memoria, e non sono pochi sono quelli la cui insegna è ancora viva e in attività.
Non pochi viaggiatori stranieri restavano affascinati da questi particolari luoghi veneziani e alcuni compilarono delle guide attente e piene di entusiasmo, che conobbero notevole successo.
Anche i grandi "Cronisti " veneziani, attenti alle problematiche sociali, anche a quelle all' apparenza più popolari delle osterie, trovano spazio nel racconto, da Pompeo Molmenti a Elio Zorzi (autore del classico "Osterie", prima edizione 1928, ristampato nel 1967 dall' Editore Filippi).
Risi e bisi, rumegal, spiensa, caragoi, garusoli, bigoli in salsa, ricordi di garangheli favoriti dalla buona e semplice cucina, in quei bacari di cui spesso si piange la scomparsa, così ben descritti dallo scrittore veneziano Ugo Facco De Lagarda (1896 – 1982) nel suo indimenticabile "Morte dell' impiraperle", che l' autrice, felicemente, cita più volte.
Ugo Facco De Lagarda era amico della mia famiglia, e fu spesso ospite (io ero bambino) negli anni ' 40 e ' 50 del secolo scorso, nella nostra casa di Calle della Bissa, dalla quale le numerose finestre offrivano dall' alto la vista di Carlo Goldoni, immortalato nel bronzo (1883) da Antonio Dal Zotto, in campo San Bortolomio.
Un testo godibilissimo, quello di Luisa Bellina, ricco di reminiscenze letterarie e storiche, e soprattutto animato da quel clima popolare di una Venezia ormai quasi del tutto scomparsa.

La sezione "sportiva" del testo, curata da Michele Gottardi illustra con dettagli assai piacevoli e argute notazioni di costume, storico, culturale, la nascita e la vita avventurosa della squadra di calcio veneziana.
Giocare a pallone nei campi veneziani era severamente vietato anche ai ragazzini e sfidare il divieto significava rischiare una multa, o nel migliore dei casi il sequestro inevitabile della palla da parte del ghebi (il vigile urbano) di turno.
Non è che la vita dei primi calciatori sia stata facile, a cominciare dal sito per gli allenamenti che si poteva definire tutto, ma non un campo da calcio: le Chiovere dietro San Girolamo, uno spiazzo con erba incolta, radici affioranti, sconnessioni del terreno, compresenza con le massaie veneziane che dovevano, a ragione, stendere i panni al sole.
Tra i soci fondatori David Fano grossista di caffè e poi di attrezzature militari, costretto dalle leggi razziali del 1938 ad emigrare in Argentina proprio mentre i neroverdi sotto la presidenza di Arnaldo Bennati risalivano verso la serie A.
Bennati, armatore genovese, acquistò nel 1930 dagli eredi Grünwald il mitico Hotel Bauer in campo S.Moisè. Si avvicinò al calcio verso la fine degli anni trenta e solo grazie al suo potere economico la squadra fu rinforzata con giocatori di valore e le strutture sportive, a cominciare dal campo P.L.Penzo, furono ristrutturate e ampliate.
Grandi campioni appartennero alla squadra veneziana, basti ricordare la coppia Loik – Mazzola: dignitose furono spesso le classifiche conseguite, qualche coppa Italia, due stagioni in serie A nel dopoguerra. Il 1947 segnò la fine dell' era Bennati e la retrocessione del Venezia.
Gottardi, che ha calcato i campi di calcio come arbitro, ricorda grandi figure di arbitri del (recente) passato, come Agnolin e Casarin. Ma in filigrana c' è, tra le maglie della narrazione avvincente, specie per chi ha vissuto quegli avvenimenti con la passione sana degli sportivi, il destino del Venezia Calcio,e dei suoi tifosi: "Siamo nati per soffrire"; e puntualmente emerge la critica ad una sudditanza della classe arbitrale alle squadre più blasonate rispetto alle provinciali come il Venezia…
Così viene ricordato, e la cosa mi colpì già alla presentazione del libro pochi mesi fa al Centro Candiani a Mestre, quando nell' occasione della drammatica alluvione del novembre 1966, alla Fiorentina fu concesso di rinviare la partita, mentre il Venezia dovette sottostare alla programmata trasferta nientemeno che a Cagliari…dove fu sonoramente sconfitto (4 a 0). Evidentemente l' acqua dell' Arno pesava di più in tutti i sensi, e soprattutto politicamente, rispetto all' acqua della Laguna e dell' Adriatico. E il 40° anniversario della tragica alluvione, celebrato l' anno scorso, ha dimostrato a sufficienza, se ce ne fosse stato bisogno, quanto sopra sostenuto.
Agganciandomi al discorso iniziale della mia strana "parentela" col mondo del calcio, non posso non compiacermi che l' anagrafico 5409 di Calle della Bissa, dove sono nato nel 1946 (una volta si usava nascere in casa…) è a pochi passi dalla storica osteria (oggi ristorante cinese…) da Nane Mora in Corte dell' Orso, dov' è nato il Venezia Calcio nel dicembre 1907.

LUISA BELLINA è nata a Conegliano Veneto e risiede a Venezia: collabora da anni con l' Associazione e l' Editore Slow Food, per cui nel 1993 ha curato" Treviso e i colli Asolani, acque, vapori, umori.".
Nel 2000 per la collana Itinerari Slow, ha pubblicato "Venezia – Draghi, santi e capesante", una guida turistica e gastronomica particolare della Serenissima.
Nel 2004 assieme a Maria Teresa Sega per l' editore Istresco ha dato alle stampe "Tra la città di Dio e la città dell' uomo. Donne cattoliche nella Resistenza veneta", storia delle donne partigiane venete di area cattolica.

MICHELE GOTTARDI Docente di Filosofia e Storia nei Licei, critico e saggista cinematografico, dal 1998 insegna Applicazioni didattiche del cinema e Critica Cinematografica nel corso di laurea di Tecniche artistiche e dello spettacolo, alla Facoltà di Lettere dell' Università Ca' Foscari di Venezia. Si è occupato di storia sociale veneta e friulana tra ' 500 e ' 700 e ha studiato il periodo della dominazione austriaca a Venezia (1798-1848). Nel 1993 ha pubblicato per F.Angeli "L' Austria a Venezia. Società e istituzioni nella prima dominazione austriaca (1798-1806)".
Attualmente si interessa del rapporto tra storia e cinema. E' segretario accademico dell' Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Ha partecipato in qualità di relatore a numerosi convegni di storia veneta e storiografia cinematografica.- Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti: Corso di Storia Veneta - Viva Manin! Il ' 48.-
Convegno Internazionale di studio - Venezia 9-10 maggio 2002. -CINEMA E STORIA - L' immagine di Venezia nel cinema del Novecento.
Assiduo frequentatore dei terreni da gioco è stato arbitro e osservatore a livello nazionale.
Da ultimo, ma non meno importante, Michele Gottardi è il Direttore responsabile della nostra prestigiosa Rivista.

 

Venezia e l' Eros

Dopo aver illustrato in numerose monografie aspetti particolari della storia veneziana (come la festa della Sensa, il Bucintoro, ecc.), e dopo i due volumi sui "Campi Veneziani" e "Venezia da scoprire", tutti e tre stampati da Filippi Editore, Marina Bizio Crivellari mantiene la promessa di un' altra opera su un argomento tutt' altro che trascurabile della venezianità: l' Eros, ossia l' Amore, ma quello, dice l' autrice, con la "A" maiuscola.
Il libro è in dieci capitoli, ognuno dei quali descrive in modo arguto, brillante, mai volgare, il tema dell' Eros, visto da prospettive diverse e in modo dilettevole e curioso.
Il volume, con testo inglese a fronte, è arricchito dalle pregevoli illustrazioni del fotografo triestino Loris Dilena ("Venezia. Il legno"- Vianello Libri, 2005; " La mia Firenze. In riva all' Arno con Margherita Hack"- Edizioni della Laguna, 2003; "Fiori dell' Istria" – Mgs Press, 1998) ed è edito da Vianello Libri di Ponzano – Treviso, una casa editrice che ci ha abituato a titoli di successo, in una veste tipografica di prestigio, rivolti ad un pubblico internazionale, qual è quello che frequenta Venezia (basti ricordare "Sognare Venezia" di Bertuzzi-Sgarbi, "I Campanili di Venezia" di Sammartini-Resini, e "Pavimenti a Venezia" di Sammartini-Crozzoli).
Nel capitolo dedicato alla collezione Egidio Martini a Ca' Rezzonico troviamo notizie sull' iconografia mitologica, con particolari interessanti, elegantemente evidenziati dall' abile e intrigante obbiettivo del fotografo.
La raffinata rassegna dei nudi della collezione Lino Selvatico, finora mai pubblicati, colpisce per la loro sobrietà.
Un itinerario sulle tracce del grande amatore per antonomasia, Giacomo Casanova, accompagna il lettore negli angoli veneziani dove il settecentesco viveur veneziano fece le sue conquiste.
Non manca tra le numerose e affascinanti storie, il capitolo che illustra i fasti delle monache non molto virtuose, delle meretrici e delle cortigiane, con la descrizione dei luoghi dove si dedicavano alla loro apprezzata attività.
I casini luoghi del piacere e del tempo dedicato al gioco e ai passatempi piacevoli, sono esemplificati dal Casino Venier e dallo splendido Ridotto ( e proprio nella fastosa sala dell' antico Teatro del Ridotto il libro è stato presentato mercoledì 18 aprile 2007).
Un tuffo in una dolce dimensione è proposto nel capitolo dedicato alla storia della cioccolata, con le sue implicazioni non solo alimentari, ma ovviamente anche erotiche.
Il giocoliere (verbale) dell' Eros, poeta dell' eccesso amoroso, Giorgio Baffo corona degnamente le coinvolgenti pagine del libro, nel quale non manca un cenno al museo veneziano dell' Eros, che è stato chiuso di recente, dopo una vita brevissima.

Venezia è ormai nell' immaginario universale per le sue atmosfere, sulle quali si sono versati fiumi di inchiostro e si è fatto abuso di tutti gli aggettivi del lessico internazionale.
Il divertimento, il piacere, l' amore, quello romantico e quello lussurioso, hanno trovato terreno fertile tra le calli, sui ponti, nei campielli, sotto i portici, nei palazzi sontuosi, ma anche nelle case semplici ma incomparabili, inserite in un tessuto urbanistico unico al mondo.
A tutto ciò ha data esca anche la fantasia di tanti autori, sia in opere letterarie che cinematografiche: l' enfatizzazione è stata inevitabile ed ha reso ancor più irrinunciabile l' ambientazione veneziana delle storie più realistiche come di quelle più improbabili.
In una città che tra fantasia, mito e realtà, annovera nella sua toponomastica la calle dell' Amor dei Amici, il ponte delle Tette, la calle di Donna Onesta, la fondamenta del Traghetto del Buso, ecc ... non è facile parlare di philìa, èros, agàpe, senza cadere nella pornografia.
Un sano erotismo è alla base di una buona intesa tra uomo e donna, quando lo spirito, i sentimenti, e i sensi si intrecciano positivamente, senza svilupparsi a compartimenti stagni, non comunicanti tra loro. Con queste premesse è comprensibile e non censurabile anche l' arte erotica, quando si manifesta nell' ambito del buon gusto, e ad un livello più intellettuale che fisico.
Naturalmente l' equilibrio in questo campo è assai difficile, e le opinioni non possono che essere largamente diversificate: per questo in ogni epoca l' arte erotica è stata osannata o disprezzata, e gli artisti che le hanno dato espressione sono stati lodati o maledetti, secondo i luoghi, le epoche, la morale e il costume, nonché a causa dei pregiudizi che sono sempre esistiti e sempre dilagheranno nel mondo dell' opinabile.
Ma l' impegno e la professionalità descrittiva e figurativa dei curatori del libro, ha dato un risultato brillante e sofisticato, che mai cade nel cattivo gusto.
Evidenziando le doti di equilibrio della "nostra" ormai affermata autrice, mi viene da pensare che un principio guida dal quale forse è stata ispirata, potrebbe essere la celebre "battuta" con cui padre Cristoforo zittisce le obiezioni del frate portinaio Fazio, nel capitolo VIII dei Promessi Sposi: "Omnia munda mundis". E che il grande Alessandro ci perdoni entrambi ...

Mario Zilio

 

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