Torna al sommario "Hobby Natura" - Anno I, numero 1/2 (dicembre 1992)

Venezia minore: il Ghetto Ebraico

Il Ghetto Ebraico: un po' di storia.

Il Ghetto degli Ebrei è uno dei quartieri più caratteristici e suggestivi della città lagunare.

La presenza saltuaria degli Ebrei a Venezia e nei suoi territori è documentata fin dal sec. X - XI: il Governo della Serenissima cercò di regolamentarla con accordi di durata limitata nel tempo (le cosiddette "condotte"), imponendo forti carichi tributari e favorendo un regime protezionistico a difesa degli interessi dei commercianti veneziani. I membri delle varie comunità straniere residenti a Venezia (tedeschi, turchi, greci, dalmati) erano autorizzati ad abitare in un determinato quartiere, potevano organizzare delle strutture di carattere commerciale (i "Fonteghi" ossia depositi per le merci) nonché associativo e assistenziale (le "Scuole"), e acquisivano dopo un certo periodo, o con le successive generazioni, la cittadinanza veneziana; tutto ciò non era possibile per gli ebrei, ai quali non era concesso risiedere nei territori della Serenissima se non per brevi periodi, sempre sotto la spada di Damocle del mancato rinnovo della "condotta", e ai quali non fu mai riconosciuto lo status di cittadini veneziani.

Costumi di ebrei tedeschi del MedioevoAgli ebrei era vietato possedere terreni e beni immobili, nonché esercitare certe professioni e coprire cariche pubbliche: era tollerato l'esercizio della medicina e di piccole attività commerciali e artigianali (compravendita di mobili e vestiti usati, la "strazzaria"; sarti, calzolai, ecc.). Per gli ebrei più facoltosi l'attività predominante fu la gestione dei banchi di prestito su pegno (feneratori, da "fenus"- prestito), che divenne di fatto un loro monopolio, anche in forza dei divieto imposto ai cristiani per motivi etici, di esercitare il prestito ad "usura", come si diceva un tempo. La gestione dei banchi di prestito era naturalmente controllata dal Governo, che ne fissava i tassi di interesse, nonché i relativi tributi che affluivano alle casse statali.

L'importanza degli ebrei per l'economia veneziana aumentò costantemente: la tolleranza di cui essi poterono godere a Venezia trova anche ragione nell'azione di parafulmine che, volenti o nolenti, esercitarono nei confronti dei malcontento popolare, a beneficio indiretto dell'autorità politica. L'entità della presenza ebraica nell'Italia del centro e del nord aumentò considerevolmente dal 1492, anno in cui un editto dei re Ferdinando il Cattolico di Spagna (il marito della regina Isabella che "sponsorizzò" l'impresa colombiana) estromise gli ebrei da tutti i territori della Corona (compresi la Sardegna e la Sicilia).

Dopo trattative estenuanti l'Università ebraica (ossia i rappresentanti delle varie comunità) riuscì a strappare alla Serenissima il famoso decreto dei 29 marzo 1516 (Magistratura ai Pregadi) con il quale la permanenza degli ebrei in città venne consentita quasi stabilmente (sempre previo rinnovo della condotta di durata al massimo quinquennale e concordata singolarmente con ogni comunità). In pratica si decise di assegnare agli ebrei una zona riservata, delimitata da canali, il cosiddetto Ghetto Novo: gli accessi al quartiere erano facilmente controllabili e venivano chiusi dal tramonto all'alba con cancelli (i cui stipiti sono ancora ben visibili); guardie cristiane pagate dagli stessi ebrei vigilavano agli ingressi e svolgevano un servizio di ronda notturna su barche nei canali di confine.

Da questo piccolo mondo chiuso gli ebrei, coi contrassegno giallo o coi berretto nero, potevano uscire solo di giorno per i loro commerci e le varie attività: al tramonto dovevano rigorosamente rientrare; il divieto di uscire era in vigore anche di giorno durante certe festività cristiane (venerdì santo, Pasqua, ecc.). Il quartiere venne rapidamente evacuato dai veneziani che vi abitavano: i canoni di affitto furono resi subito "equi" per gli ebrei semplicemente triplicandoli. L'etimologia dei nome "Ghetto" è chiara e al tempo stesso controversa: riportiamo i pareri prevalenti.

Nel quartiere, situato tra le parrocchie di S.Girolamo e S.Geremia, erano in attività, da molto tempo, una dozzina di fonderie (le più antiche risalivano a quasi due secoli prima) utilizzate per la raffinazione dei rame e la fusione delle bombarde: il verbo veneziano "getar" significava fondere e "geto" fusione. La pronuncia gutturale della "g" può spiegarsi foneticamente in quanto i primi ebrei insediatisi, assieme a quelli provenienti da altre regioni d'Italia, furono gli ashkenaziti, di origine tedesca. Un'altra ipotesi fa risalire il termine "ghetto" al verbo ebraico "ghet" che significa ripudiare, divorziare, separare, emarginare. Il primo insediamento dei 1516fu chiamato Ghetto Novo perché quel campo veniva usato come deposito di materiali dalle fonderie più recenti. Nel 1541, visto l'aumento consistente della popolazione, fu consentito agli ebrei di accedere ad una zona più ampia, fino al Rio di Cannaregio, che fu chiamata Ghetto Vecchio, perché sede delle fonderie più antiche. Nel 1633 fu ancora ampliato l'insediamento in una piccola zona al di là dei Rio di Ghetto Novo, vicino a S. Leonardo, e fu il Ghetto Novissimo.

La visita al Ghetto.

Non curiamoci della cronologia storica e cominciamo la nostra visita dall'ingresso dei portico di Ghetto Vecchio, in fondamenta di Cannaregio, subito a sinistra appena scesi dal Ponte delle Guglie. Sugli stipiti dei portico sono visibili i cardini dei cancello che veniva chiuso al tramonto. All'inizio della calle dei Ghetto Vecchio sulla parete di un edificio a sinistra, troviamo una lapide riportante un decreto dei 1704 degli Esecutori contro la Bestemmia, che proibiva agli ebrei convertiti di rientrare nel Ghetto, fissava le pene per le infrazioni e stabiliva le ricompense per chi denunciava le trasgressioni. Pochi passi più in là un panificio sforna dell'ottimo pane, nonché piccoli dolci tipici della tradizione ebraica, assieme alle azzime (pane e dolci non lievitati) e a pastine di mandorle che vale la pena acquistare e gustare. Ancora pochi metri e giungiamo nel Campiello delle Scuole: le "Scole" per gli ebrei veneziani erano non solo le Sinagoghe, cioè i templi per il culto religioso, ma, con gli ambienti annessi, anche scuole di dottrina biblica, nonché sedi associative per i membri delle varie Comunità (Ashkenazita, Italiana, Levantina, Ponentina, Spagnola), che vi si radunavano per discutere e decidere su problemi di carattere sia sociale che economico, sia rituale.

Costume di ebreo levantino a VeneziaNel campiello si affacciano la Scola Spagnola e la Levantina: la prima, risalente alla seconda metà del '500 e restaurata nel 1635, viene utilizzata per il culto d'inverno (e quindi è visitabile solo d'estate); sulla parete esterna visibile una lapide che ricorda il dramma dell'Olocausto. La Spagnola (1538) è adibita al culto religioso durante la stagione estiva ed è perciò visitabile solo d'inverno. Entrambe le Sinagoghe sono monumentali all'esterno e sontuose anche all'interno: anche se non è documentato con certezza, si parla di influssi della scuola di Baldassarre Longhena e dell'opera dei grande incisore Andrea Brustolon.

Nella calle che segue, oltre a quella che fu l'accademia di studi biblici dei famoso rabbino Leone da Modena, troviamo dei negozi con oggetti assai interessanti dell'artigianato ebraico. Attraverso il ponte di Ghetto Vecchio entriamo nel Campo di Ghetto Novo che fu il primo insediamento dei 1516. Qui più di prima forse, possiamo notare la caratteristica peculiare dell'urbanistica dei quartiere: case con numerosi piani (anche sei o sette), appartamenti bassi d'aria, costruiti così a causa dei numero sempre più elevato di ebrei che venivano a Venezia, attirati dal suo mito sempre affascinante e dal clima tutto sommato di libertà che, nonostante divieti e restrizioni di vario genere, vi si poteva trovare. Percorrendo il lato di sinistra del campo, troviamo sul muro verso l'angolo le formelle bronzee dello scultore Arbit Blatas, che rievocano con stile scarno ed essenziale l'Olocausto di milioni di Ebrei causato dalla follia cieca e bestiale dei nazismo.

Subito dopo, sull'altro lato dei campo incontriamo la casa di Riposo Israelitica, dove furono concentrati gli ebrei veneziani, in seguito deportati nei campi di sterminio, pochissimi dei quali ritornarono vivi; in essa trova sede anche il ristorante "kashèr" dove il cibo viene preparato secondo le norme rituali ebraiche. Un ponte che attraversa il rio di S.Girolamo, rappresenta un altro degli ingressi dei Ghetto. Il successivo lato dei campo, caratterizzato dai portici dove trovavano posto i banchi di prestito (rosso, verde o nero secondo il colore delle ricevute) ha nel sottoportico e nel ponte di Ghetto Novo il terzo ingresso dei quartiere ebraico, dal lato dei Ghetto Novissimo.

Il Campo molto ampio e luminoso ha una sua armonia e un fascino che più che descrivere a parole, invitiamo a verificare di persona.

Proseguendo incontriamo l'ingresso al Museo Ebraico, piccolo ma interessante per i numerosi oggetti di culto e d'uso famigliare che presenta. Sopra il museo c'è la Sinagoga o "Scola Grande" Tedesca, la più antica, costruita nel 1528 dagli ebrei di rito ashkenazita di provenienza tedesca e nordica, che furono i primi abitanti dei Ghetto assieme ad altri ebrei provenienti da varie regioni d'Italia. Gli ebrei di provenienza "ponentina", spagnoli o portoghesi sono noti come ebrei di rito "sefardita" (originari dalla Spagna). Pochi metri più avanti, proprio nell'angolo, incontriamo la Sinagoga "Canton", dei 1531, piccola ma assai suggestiva (di rito francese? o forse chiamata così dal nome della famiglia che ne finanziò la costruzione). Nell' ultimo lato dei campo infine ecco la Scola Italiana (1575), l'unica attualmente non visitabile perché interessata da restauri ancora in corso. A differenza delle Sinagoghe dei campiello, le tre che si affacciano sul campo dei Ghetto Novo sono quasi mimetizzate tra le case, sintomo questo dei clima non troppo sereno anche sotto il profilo religioso, nel quale gli ebrei cominciarono la loro epopea veneziana. La visita al Museo e alle Sinagoghe, che raccomandiamo vivamente, si effettua con guide qualificate (vedi notizie pratiche alla fine dei presente articolo): è un viaggio in un passato tuttora vivo, che è giunto fino a noi quasi intatto, un viaggio nella storia, nell'arte, nello spirito religioso di un popolo plurimillenario, spesso perseguitato, minacciato da folli disegni di annientamento, ma per fortuna mai domato né estinto.

Il nome "ghetto" nato a Venezia divenne quindi d'uso universale e tutte le città che avevano un insediamento ebraico rilevante seguirono l'esempio veneziano; Livorno fu l'unico grosso centro italiano ad accogliere gli ebrei, senza alcuna restrizione e limitazione, e soprattutto senza esigere di farli abitare in un quartiere limitato cioè nel ghetto. Questo termine ha oggi per noi una connotazione negativa: significa serraglio, emarginazione, chiusura, forte limitazione della libertà, ma a Venezia, coi tempi che correvano in quel contesto storico (1492: cacciata degli ebrei dalla Spagna; 1555: anno della terribile bolla antiebraica di papa Paolo IV), la realtà non fu così brutta pur con i limiti prima ricordati, il ghetto permetteva una notevole autonomia alle comunità di diversa provenienza, che erano libere di praticare i propri riti religiosi e di conservare intatte tradizioni e cultura. La separazione con l'ambiente cosmopolita di Venezia non fu mai così rigida come le norme scritte pretendevano, anzi ci fu sempre una certa osmosi nei diversi aspetti della vita sociale tra ebrei e veneziani. Nel Ghetto gli ebrei non furono costretti a nascondere la loro identità culturale, storica e religiosa, anzi la mantennero e la svilupparono in un contesto unico ed originale. Il fatto che questo popolo, superando vicissitudini di ogni genere e integrandosi in contesti sociali diversi abbia conservato la propria identità, la cultura e la fede religiosa millenaria, deve farci riflettere profondamente: la nostra osservazione passa in una dimensione che trascende la storia contingente. Gli ebrei sono stati e saranno ancora segno di speranza e di contraddizione per il mondo intero; ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Resta il fatto che essi sono sempre usciti dal tunnel a volte crudele e assurdo della storia, e in questo riscontriamo un premio, nonostante tutto, alla foro fedeltà: "Tu sei il nostro Dio e noi siamo il popolo del tuo pascolo".

Mario Zilio

 

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